Bartleby, lo scrivano

La voce narrante di questo racconto di Melville è un legale di New York, il quale, per il proprio lavoro, si serve di tre copisti abbastanza particolari.

Quando il lavoro si fa più impegnativo, egli mette un annuncio sul giornale per assumere un altro copista. Ed è a questo punto che compare sulla scena Bartleby, uomo silenzioso, ma dedito al lavoro.

I giorni trascorrono senza imprevisti né scossoni, finché il legale non chiede a Bartleby di rileggere, per effettuare i dovuti controlli di copiatura, uno dei tanti documenti stilati dallo stesso copista. Incredibilmente arriva la risposta più curiosa: “Preferirei di no!”.

Tale risposta è pronunciata dall’uomo, ogni qualvolta gli si chiede qualcosa che vada oltre il lavoro di copiatura. Il legale, sbalordito, comincia ad osservare attentamente il proprio dipendente e scopre che egli non parla con nessuno e che non lascia mai l’ufficio. Avendo capito che si tratta di un uomo solo, decide comunque di tenerlo al proprio servizio.

Ma la situazione è destinata a peggiorare, i “Preferirei di no!” diventano sempre più frequenti, fino a che egli rifiuta persino di eseguire il suo monotono lavoro, rimanendo tutto il giorno in piedi davanti alla finestra dell’ufficio.

Il legale non sa come liberarsi di Bartleby e capisce che l’unica soluzione è cambiare sede e lasciare Bartleby in quell’angusta stanzetta.

Ma non riuscirà a liberarsi del “problema” pratico e di coscienza, fino al tragico epilogo finale.

COSA NE PENSO IO:

Ammetto che temevo un po’ la lettura di questo racconto lungo, in quanto mi sono “scontrata” precedentemente con il mostro sacro di Melville ed ho miseramente fallito l’impresa abbandonando la lettura molto presto.
Ma quest’opera mi è piaciuta. All’inizio l’ho trovata molto divertente e il personaggio mi trasmetteva, oltre che simpatia, molta curiosità. E chissà che epilogo imprevedibile mi aspettassi!
Invece alla fine c’è una deviazione repentina verso la tragicità, la quale porta a provare ancora più empatia nei confronti di questo strambo personaggio perennemente legato ai suoi “Preferirei di no!”.
Divertenti anche le figure degli altri 3 copisti, tratteggiate perfettamente con estrema ironia.

VALUTAZIONE: 10/10

Il colore della neve

Trixie è la figlia adolescente di Laura, un’insegnante di letteratura che tiene corsi molto seguiti sulla Divina Commedia di Dante, e di Daniel, un fumettista cresciuto in Alaska e con un passato di violenza e sregolatezza.

La vita di Trixie e di tutta la famiglia è sconvolta il giorno che la ragazza subisce una violenza sessuale dal ragazzo che crede l’amore della sua vita.

Trixie, un po’ per lo shock e un po’ per paura che possano venire a galla degli episodi che la riguardano e indurre gli adulti a non crederle, inserisce nel proprio racconto un po’ di bugie, che nel corso delle indagini le si rivolteranno contro.

D’altra parte il paesino in cui la famiglia vive è una piccola comunità in cui tutti si conoscono e lo stupratore è una stella dello sport dal futuro splendente e quindi la sentenza pubblica è una soltanto: impossibile che sia stato lui, impossibile che Trixie abbia subito violenza, sta mentendo per punirlo di averla lasciata.

Cominciano le indagini, mentre Trixie è costretta a sopportare le occhiate, le chiacchiere, gli “scherzi” e le calunnie sussurrate.

Poi il cadavere dello stupratore è trovato sotto un ponte con addosso sangue e capelli della giovane.

Iniziano i dubbi e una fuga verso l’Alaska che si concluderà con la scoperta di tutte le verità e di tutti i segreti che ognuno dei protagonisti ha tenacemente nascosto.

COSA NE PENSO IO:

E’ il secondo libro di Jodi Picoult che leggo e ho ancora voglia di leggere altre sue storie.

Ha un modo di scrivere che mi piace, sa raccontarci le problematiche e il caos che regna in età adolescenziale con abilità, tanto che, spesso, non sai se parteggiare per la vittima o per il carnefice; ti tiene sulle corde fino all’ultimo secondo e non è affatto escluso che la fine della storia non ribalti tutte le tue ipotesi.

VALUTAZIONE: 8/10

Porte aperte

La storia narrata dal mio conterraneo, Leonardo Sciascia, si svolge nella Sicilia degli anni ’30, quando il fascismo impera con le sue ideologie assurde e la violenza.

Il protagonista di questa storia è il “piccolo giudice”, il quale deve presiedere un processo in cui l’imputato è accusato di triplice omicidio. Ma il problema non è che l’imputato abbia ucciso 3 persone, tra cui un esponente fascista! E’ ovvio che sarà condannato, ma dall’alto arriva l’ordine perentorio e poco mascherato di condannare l’imputato alla pena di morte.

In fondo è il periodo in cui è possibile vivere con le “porte aperte”, in cui l’ordine regna rigido e sovrano. L’applicazione della pena di morte non farà altro che confermare questi principi!

Ma “il piccolo giudice” non si lascia influenzare, a costo di rovinarsi la carriera in modo consapevole, non può andare contro ai propri principi e sarà in grado con i soli argomenti giuridici di contribuire ad emettere una sentenza giusta.

Ma servirà tutto questo? All’imputato certamente no, ma il giudice potrà vantare una coscienza pulita, seppur contaminata dalla paura.

COSA NE PENSO IO:

Come al solito, Sciascia racconta la sua Sicilia senza veli, ma lo stile narrativo che ha scelto è un po’ ostico e rende la lettura un po’ pesante.

Pertanto, pur apprezzando sempre l’autore ed anche la storia nel suo complesso, non posso dire di essere rimasta particolarmente folgorata.

VALUTAZIONE: 7/10

La pecora nera

Si tratta di una raccolta di racconti scritti da Israel Joshua Singer, attraverso i quali egli ci parla della sua vita fino al trasferimento della famiglia Singer a Varsavia, negli anni precedenti lo scoppio della Seconda Gerra Mondiale.

Israel racconta del periodo vissuto insieme ai nonni a Bilgoraj, degli zii, della cucina che era il regno assoluto della nonna e dello studio di rabbino, che era invece quello del suo stimato nonno.

Ci parla, inoltre, del cattivo rapporto tra i nonni materni e il padre, così dedito allo studio da trascurare il sostentamento della famiglia. Lo descrive come un uomo completamente fiducioso in Dio, ma considerato inaffidabile per le questioni pratiche e così diverso dalla tenace madre, la quale non è mai riuscita a convincere il marito a sostenere l’esame di russo per diventare un rabbino ufficiale.

Oltre che della propria famiglia ci parla anche degli amici, dei fatti scandalosi che hanno colpito la piccola comunità ebraica di Leoncin e delle storie e dei tipi più bizzarri.

COSA NE PENSO IO:

Dopo aver letto “Alla corte di mio padre“, scritto dal fratello minore Isaac Bashevis, questo libro mi ha permesso di capire meglio la storia della famiglia, anche perchè copre un arco temporale precedente a quello raccontato dal fratello. Eh sì, decisamente lo trovo migliore e più integrato dal punto di vista cronologico.

VALUTAZIONE: 10/10

Il velo dipinto

Kitty è una ragazzina frivola cresciuta in una famiglia in cui non c’è spazio per i sentimenti e in una società in cui l’unico obiettivo a cui le donne possano ambire è quello di trovare un marito.

La giovane e immatura Kitty decide quindi di sposare il dottor Walter Fane e di seguirlo ad Hong Kong, protettorato inglese, dove egli dovrà svolgere il proprio lavoro di batteriologo.

Il matrimonio non è certo stato un matrimonio d’amore per Kitty, la quale si fa conquistare molto presto da Charles Townsend con il quale intrattiene per diverso tempo una relazione all’insaputa del marito.

Un giorno, però, la relazione viene scoperta e l’implacabile dottor Fane dà un ultimatum alla moglie: deve scegliere tra Charles e lui. Ma scegliere il marito significherebbe seguirlo in una zona all’interno del paese dove è scoppiata una epidemia di colera e dove egli dovrà esercitare la sua professione per tentare di arginare l’epidemia e salvare i malati.

Kitty è terrorizzata dall’idea di trasferirsi in mezzo ad una zona in cui le persone muoiono come mosche e decide di scegliere il suo amante. Ma Townsend non è della stessa opinione. Kitty, umiliata e delusa, non può che intraprendere questo viaggio verso l’ignoto insieme ad un marito che odia e che la odia.

Il periodo che segue è terribile, Kitty si sente sola, sconfitta e tradita. Non cerca di tutelare la propria salute, anzi non prende alcuna precauzione per scampare al contagio e si offre di aiutare delle religiose che operano nel luogo, pur di sfuggire alla prigionia da cui si sente avvinta. In qualunque modo possibile!

Incredibilmente quel luogo riesce a farla maturare e a farle trovare un minimo di equilibrio e serenità. Ma, quando scopre di essere incinta torna ancora a turbarla l’incertezza sul proprio destino. E poi anche Walter si ammala…

COSA NE PENSO IO:

Una storia molto bella e coinvolgente in cui le incomprensioni, l’indifferenza e la solitudine arrivano al culmine per poi trasformare i sentimenti, i comportamenti e l’essenza stessa della protagonista.

Non è una storia lieta, ma è estremamente coinvolgente e, alla fine, anche commovente. Oppure sono io che ultimamente mi commuovo troppo spesso? Chissà!

Comunque è un libro consigliatissimo!

VALUTAZIONE: 10/10

Lo scrittore fantasma

Nathan Zuckerman è un aspirante scrittore ebreo. E’ ancora alle prime armi, ma ha già visto pubblicare qualche racconto che rispecchia le sue esperienze di vita e la religione professata dalla famiglia.

Nathan è anche un appassionato lettore ed il suo scrittore preferito, quello che considera il mito da cui apprendere tutto è Lonoff. Ma quest’ultimo è uno scrittore un po’ atipico, non ama la vita mondana e le pubbliche relazioni e si è rifugiato da parecchi anni in una casa isolata del New England. Di lui circola solo una foto vecchia di almeno vent’anni!

Per combinazione Nathan riesce a farsi invitare dal suo mito ed è di questo incontro così agognato che noi lettori ci apprestiamo a leggere in questo piccolo volume di Philip Roth.

Nathan trascorre un giorno e una notte nella casa di Lonoff, ma capita in un momento di piena crisi familiare: la moglie è stanca di stare in quella casa così isolata ad appagare l’io solitario del marito ed è gelosa della giovane e misteriosa Amy. Misteriosa è dir poco! Sembra addirittura che si tratti di Anna Frank, scampata allo sterminio nazista e rifugiatasi sotto falso nome in America; solo Lonoff conosce il suo segreto…

COSA NE PENSO IO:

Un libro molto raffinato, anche nell’attribuzione dei titoli ai pochi capitoli che compongono la storia, che “gioca” molto sul detto e non detto, sulla realtà e sulla fantasia. Alla fine non puoi che chiederti: ma qual è la verità? Sempre che ne esista una soltanto, o che ognuno possa trovarne una diversa.

Ed in tutto questo c’è anche spazio per definire il ruolo dello scrittore e della letteratura nella società!

VALUTAZIONE: 10/10

Dona Flor e i suoi due mariti

florLa storia si apre in un giorno di Carnevale degli anni ’60 a Salvador de Bahia con la morte improvvisa dell’ancora giovane Vadinho.

Vadinho si accascia per strada in mezzo alla gente che, travestita con costumi colorati, balla allegramente le musiche carnevalesche piene di ritmo. Dona Flor, la moglie, avvertita della tragedia, corre incontro al suo Vadinho sconvolta dal dolore e circondata dalle amiche.

Flor ha amato moltissimo il marito, si è concessa a lui prima del matrimonio pur di sposarlo e di vincere l’ostilità materna. E adesso si ritrova sola ad affrontare una vita che non sarà più la stessa.

Flor ha il suo lavoro, è vero. E Vadinho non è mai stato un marito esemplare, anzi.

Era dedito al gioco, non aveva un lavoro, le sottraeva tutti i soldi che lei metteva accuratamente e con sacrificio da parte ed era solito picchiarla quando eccedeva nel bere. Eppure Flor era pazza di lui, quando la prendeva tra le braccia, era felice.

E adesso che lui non c’è più, Dona Flor sente la mancanza delle sue carezze ma, poichè è una donna pudica, non può esprimere i suoi sentimenti in tal senso e si vergogna di avere tali pensieri.

Le amiche, Dona Norma in particolare, cercano di starle vicino e, passato un congruo tempo dal lutto, la invitano a guardarsi attorno poichè è ancora nel fiore degli anni. E’ così che Flor conosce e sposa il farmacista, un uomo completamente diverso dal suo Vadinho.

Il secondo marito è un uomo di successo che vuole mantenere la sua Flor, la vuole rendere felice e la vuole fare vivere nella sicurezza…Insomma vuol prendersi cura di lei a tutti i costi ed è il più fedele ed innamorato dei mariti.

E Flor non ha niente da rimproverargli, può vivere serena, senza alcun problema, ma nel grigiore della routine dove non c’è mai posto per un diversivo, anche di poco conto.

Ma un giorno Vadinho ricompare, comincia a circolare per Salvador de Bahia tutto nudo e sempre uguale: allegro, innamorato della sua Flor, pazzo del gioco e della bella vita. Solo Flor può vederlo!

Vadinho cerca di circuirla, di farle capire che è lì soltanto perchè è lei ad averlo chiamato con i suoi intensi pensieri. Flor cerca di resistere, non vuole tradire il nuovo marito, ma l’attrazione per Vadinho è troppo forte ed in fondo, che male c’è?  Chi può sapere cosa succede dentro le mura domestiche?

COSA NE PENSO IO:

Non avevo mai letto niente di Jorge Amado e non sapevo cosa aspettarmi, ma, ammetto, che questo libro mi è piaciuto molto.

Il quesito che pone è di una certa importanza: è meglio vivere nella sicurezza e nella routine o è meglio lasciarsi trasportare dai sentimenti dalle novità e della trasgressione, anche se si va incontro a conseguenze non di poco conto?

Beh, ognuno risponderà a modo suo! La storia di Flor e Vadinho è ovviamente portata all’eccesso, ma seguire le vicende di questa donna divisa a metà tra sentimento e razionalità, è stato molto divertente.

Ed anche l’atmosfera magica e misteriosa, che solitamente non amo molto, ha aggiunto allo storia quel tocco in più di raffinatezza narrativa, di leggerezza e di divertimento.

VALUTAZIONE: 8/10

 

Fahrenheit 451

fahrenheitGuy Montague è un pompiere, ma il suo compito non è quello di spegnere gli incendi, bensì di appiccarli per distruggere i libri in circolazione. Sì, Guy non è un uomo del presente, ma un uomo del futuro che vive all’interno di una società interamente controllata da un Governo che vuole impedire l’esistenza di menti pensanti. Ed allora la cosa principale da fare è quella di eliminare i libri e bombardare la mente dei cittadini con frivolezze d’ogni genere, trasformandoli in una sorta di robot senza idee e sentimenti.

Guy è orgoglioso del proprio lavoro e lo compie con dedizione e passione. Ma l’incontro con una giovanissima vicina, Clarisse, gli fa capire che la propria esistenza è cupa ed infelice. Ed è proprio in piena crisi che Guy commette l’errore più grande: leggere qualche pagina di uno dei libri che dovrebbe eliminare. Da quel momento egli comincia a sottrarli da una sorte terribile e a sperare in un ritorno al passato, una società dove c’era libertà di espressione e dove i pompieri non si occupavano di appiccare incendi, ma di spegnerli per salvare vite e oggetti.

Ma purtroppo viene scoperto e comincia un inseguimento trasmesso in diretta tv per dimostrare quanto sia inutile e pericoloso ribellarsi alle leggi che regolano la società. Ma Guy non si lascia accalappiare così facilmente ed è quindi compito del Governo rattoppare in qualche modo la falla…

COSA NE PENSO IO:

Sicuramente geniale nel trattare un tema importante come la libertà d’espressione e di pensiero e fondamentalmente non lontanissimo dalla società attuale in cui i media ci rimbambiscono di informazioni inutili e ci trattengono davanti allo schermo molte ore della giornata.

Per quanto mi sia piaciuto, questo tipo di libri non è il mio preferito poichè mi trasmette sempre una sensazione claustrofobica e sono almeno contenta che la fine sia aperta alla speranza.

VALUTAZIONE: 9/10

Alla corte di mio padre

corteIn questo libro, strutturato come una raccolta di racconti, Isaac B. Singer ci conduce per mano al tribunale rabbinico presieduto dal padre in via Krochmalna 10 a Varsavia.

Dalla porta che conduce allo studio paterno entra gente di ogni specie: fidanzati che vogliono rompere la promessa di matrimonio, anziani che vogliono divorziare, mariti che vogliono ripudiare le mogli sterili, commercianti con dispute economiche in corso, gente che fa domande su cibi puri e impuri, ecc. Di ognuno di essi l’autore ci racconta la storia e ce li descrive così minuziosamente da poterli quasi veder emergere dalle pagine in carne e ossa, con i loro atteggiamenti e le loro posture.

Ma c’è spazio anche per racconti sulla famiglia, sul rapporto tra i genitori, sull’ammirazione verso il fratello maggiore Israel, sui fatti di vita quotidiana, sulle ristrettezze economiche  e sulla presenza ingombrante della religione in casa Singer.

E’ un racconto sulla vita del primo Novecento in Polonia e sulla comunità ebraica, così ricca di tradizioni e di proibizioni.

COSA NE PENSO IO:

All’inizio ho faticato ad entrare in sintonia con questo libro. Si trattava di episodi così slegati cronologicamente l’uno dall’altro, da perdere un po’ il filo del discorso. Ma pian piano mi sono abituata a questa struttura non allineata ai miei gusti personali e ho cominciato ad apprezzare le storie di vita e sulle tradizioni di una comunità religiosa che non conoscevo affatto. Mi sono affezionata a Isaac e ho cominciato a comprendere la diversità di personalità dei genitori, ma anche la loro unità familiare.

Devo dire che poi, dallo scoppio della Grande Guerra, il libro si presenta in modo più unitario, segue gli eventi in ordine di data e si sofferma di più sulle vicende familiari, facendomi piacere molto di più ciò che stavo leggendo. E attraverso gli occhi di bambino di Isaac e la sua gioia nei momenti di libertà, ho conosciuto uno scorcio di vita in un’altra epoca, in un’altra nazione e in un’altra comunità religiosa.

VALUTAZIONE: 9/10

 

I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia

55I 55 giorni citati dal titolo di Ferdinando Imposimato sono quelli del sequestro Moro, avvenuto nel 1978 per opera delle BR.

L’ex magistrato, che si occupò del caso in quei ormai lontani anni, mette nero su bianco i retroscena di questa oscura faccenda tutta italiana…o forse no!

L’autore ci racconta degli strani personaggi che si avvicinarono al politico prima del rapimento, dei giorni di prigionia, della scoperta del covo dei brigadisti, delle operazioni poste in essere per salvare l’ostaggio, dell’intervento dei servizi segreti di diversi paesi e, per ultimo, ma non per questo meno importante e sconvolgente, dell’ordine di abbandonare l’ostaggio in mano ai rapitori, ordine che spiazzò non poche persone, soprattutto tra quelli che erano pronti ad intervenire per la liberazione.

Con prove documentali e racconti di testimoni, della cui attendibilità è riuscito a trovare moltissimi riscontri nel corso di tutti questi anni, Imposimato traccia un racconto particolareggiato e una tesi ben precisa: Moro era una persona scomoda, come lo era Kennedy, e non gli poteva essere perdonata l’apertura nei confronti dei comunisti.

COSA NE PENSO IO:

Assolutamente sconvolgente, non solo per il rapimento in sé, ma anche per i successivi depistaggi e cancellazione di prove che hanno cercato di far rimanere nell’ombra un episodio così grave dal punto di vista umano e politico. Puntando sulla teoria che lo Stato non potesse scendere a compromessi con i terroristi, una vita umana è stata abbandonata al proprio destino proprio nel momento in cui si era pronti ad intervenire per portar fuori da quell’appartamento l’uomo, vivo o morto. I politici si sono sostituiti alla Magistratura usurpandone il ruolo e hanno impedito alla verità di venire alla luce con una negazione ostinata dei fatti anche di fronte a prove concrete.

VALUTAZIONE:9/10